Addio a Zygmunt Bauman, teorico della società liquida.

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Sul sito di Rassegna Sindacale Stefano Iucci ricorda il grande sociologo e filosofo scomparso ieri all’età di 91 anni ripubblicando una intervista del 2008 sulla paura dei migranti, un tema quanto mai attuale ancora oggi.

Com’è successo che, con un lento ma inesorabile cammino, ci siamo, nel volgere di pochi decenni, ritrovati immersi nella paura e nell’insicurezza?

Oggi immaginiamo – chiusi nella nostra fortezza vuota – assedi di stranieri e Rom (ieri erano i terroristi islamici); la paura che sentiamo è liquida, si modella in forme sempre differenti nel diverso contenitore che di volta in volta la rinchiude. Eppure viviamo in un’epoca e in una zona del mondo che sono probabilmente i più sicuri che mai siano toccati in sorte ad essere umano alcuno. Come si spiega tutto questo? Ne abbiamo parlato con Zygmunt Bauman, sociologo e pensatore tra i più insigni del secolo, teorico della “società liquida” e lui stesso testimone privilegiato del millennio appena concluso, con le sue paure e i suoi dolori: ebreo polacco, ha combattuto con l’Armata Rossa durante l’invasione nazista, meritando anche una croce al valore. Critico nei confronti del governo comunista polacco, è stato costretto all’esilio nel 1968, rifugiandosi prima in Israele e poi a Leeds, dove ha insegnato sociologia fino al 1990 e dove ha scritto i suoi libri più celebri, tra i quali va citato almeno l’ultimo, Paura liquida (Bari, Laterza, 2008). “Esistono due valori cruciali senza i quali una vita umana soddisfacente – decente e dignitosa – è inconcepibile. Si tratta di libertà e sicurezza – dice Bauman –. Essi sono entrambi necessari, ma difficili da conciliare; si completano ma, allo stesso tempo, si limitano reciprocamente”. (…) “Il flusso dei migranti e, in particolare, di chi cerca rifugio dalle minacce di persecuzione e umiliazione è profondamente sconvolgente per i nativi: ricorda loro, con invadenza, la fragilità dell’esistenza umana, la debolezza che vorrebbero tanto nascondere e dimenticare ma che li tormenta, comunque, la maggior parte del tempo. Quei migranti hanno lasciato le loro case e si sono allontanati da quanto avevano di più caro e vicino perché le loro vite erano distrutte, il loro lavoro scomparso, le loro case bruciate, devastate, razziate nelle rivolte e nei tumulti; oppure sono stati costretti a partire perché indesiderati o incapaci di guadagnarsi da vivere nelle loro patrie. Essi, quindi, rappresentano – in effetti, incarnano – tutto ciò che i nativi temono e, specificamente, quelle tremende e misteriose “forze globali” che decidono le regole di un gioco di cui tutti noi, migranti e nativi allo stesso modo, siamo pedine. Quando respingono i migranti e li costringono a fare i bagagli e a tornarsene là da dove sono venuti, i nativi possono, almeno a livello simbolico, incenerire quelle forze temibili e tremende, ottenere una sorta di vittoria simbolica in una guerra che sanno di non poter vincere davvero. Considerare i migranti causa delle proprie miserie e paure può essere illogico, tuttavia poggia pur sempre su un tipo di logica perversa: un tempo c’era certezza nel lavoro e nelle prospettive di vita; questa certezza è stata oggi – proprio quando sono arrivati i migranti – sostituita dalla flessibilità dei mercati del lavoro e da impieghi a breve termine. (..) Per leggere l’intervista integrale:

http://www.rassegna.it/articoli/zygmuntbauman-e-la-paura-dei-migranti

 

 

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