Brexit: come stanno davvero le cose?

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Il problema è l’Europa

Riccardo Sanna, responsabile delle politiche economiche della Cgil, spiega gli effetti economici e finanziari del referendum: Il voto referendario del 23 giugno scorso, che ha sancito l'uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ha scatenato infatti gli accademici, le agenzie di rating, gli operatori finanziari e i tecnici istituzionali sulle previsioni di impatto economico e finanziario. Gli studi più autorevoli fanno capo agli istituti internazionali e prendono in considerazione diversi gradi di isolamento commerciale e finanziario che possono verificarsi nel momento dell’uscita effettiva. Secondo il Fmi il potenziale impatto negativo sul Pil oscilla fra il meno 1,5% e il meno 5,6% da qui al 2019 (contro l’attuale previsione di crescita del 6% nello stesso periodo).

Lo studio della Fondazione Bertelsmann, dal canto suo, valuta il beneficio derivante dalle risorse non più versate nel Bilancio europeo (pari a 0,5 punti di Pil l’anno) a confronto con la mancata crescita del settore finanziario (per esempio, se molti degli istituti con base a Londra decidessero di spostare le loro sedi nelle capitali finanziarie dell’eurozona, prima tra tutte Francoforte), ma anche dei settori di attività economica e industriale che contano sugli scambi commerciali e hanno internazionalizzato intere produzioni (tra cui spiccano la chimica e la meccanica).

Attualmente, circa la metà delle esportazioni e delle importazioni britanniche avvengono con i paesi dell'Unione europea. Per questo tra le diverse simulazioni si cerca di valutare anche l'impatto economico del Brexit sui paesi europei, con una sostanziale convergenza verso la previsione di effetti negativi importanti (S&P stima meno 0,8% di Pil europeo nel biennio in corso), ma meno incisivi di quelli sui protagonisti inglesi. Sinora, gli effetti registrati riguardano la sterlina, che in due giorni è piombata ai livelli del 1985, e le banche, i cui titoli sono crollati immediatamente dopo il voto del referendum, trascinando anche molti istituti di credito dell'Ue, compresi quelli italiani (per i quali la Commissione europea ha concesso uno “scudo” di garanzie pubbliche).

L'argine poi è stato posto dalle dimissioni di Cameron, che ha rinviato l’avvio delle procedure – comunque lunghe, visto che l’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea stabilisce in due anni il termine limite entro cui rinegoziare gli accordi con il Paese uscente – a dopo l’estate, portando tranquillità ai mercati, che hanno già ripristinato le perdite muovendosi sull’aspettativa di nuovi interventi monetari da parte della Banca d’Inghilterra. La posticipazione difficilmente potrà durare per sempre e nella migliore delle ipotesi l’adesione del Regno Unito al solo mercato unico – pur rimanendo fuori dall’Ue, come per Norvegia e Islanda –  richiede comunque di accettare delle regole sovranazionali, comprese quelle sulla libertà di movimento dei cittadini, ossia sull’immigrazione. (…) Per leggere l’articolo completo di Sanna:

http://www.rassegna.it/articoli/brexit-il-problema-e-leuropa-che-manca

6 luglio 2016

 

 

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