Modelli previsionali irrealistici calcolano ripresa che non c’è.

Tipo: 

Settore: 

Dipartimento: 

Territorio: 

Modelli previsionali irrealistici e fuorvianti calcolano una ripresa che non c’è.

(9 febbraio 2015)

In queste settimane sono in corso di aggiornamento tutte le previsioni macroeconomiche delle principali istituzioni nazionali e internazionali, che ricalcolano le stime di crescita in ragione di alcune variabili esogene: quantitative easing europeo e i suoi effetti sul tasso di cambio, sui tassi di interesse e sul commercio internazionale; flessione del prezzo del petrolio.

Le previsioni, che si possono leggere in dettaglio nel documento elaborato dalla Cgil Nazionale in allegato, appaiono piuttosto irrealistiche, considerando il pericolo della deflazione e l’assenza di politiche di bilancio espansive a sostegno della domanda effettiva.

Eppure esistono ampi margini per creare occupazione, anche sospingendo l’inflazione fino al target europeo 2%, impedendo ancora il PIL (su cui se ne misura la sostenibilità delle finanze pubbliche) diminuisca di più di quanto vengano ridotti deficit e debito pubblici attraverso tagli della spesa e aumenti iniqui delle tasse.

Appare evidente che, anche quest’anno, i modelli previsionali calcolano una ripresa che non c’è. All’ottavo anno della più grande crisi degli ultimi due secoli la domanda sorge spontanea: non si accorgono che i modelli econometrici utilizzati non funzionano?

Oppure anche la “tecnica” di calcolo previsionale viene utilizzata per infondere fiducia negli attori economici e nei mercati a prescindere dalla creazione di nuova occupazione e nuovo reddito? Ancora una volta la metodologia viene piegata alla contingenza “politica”? Possibile che non si capisca che l’approccio monetarista e tutto dal lato dell’offerta – anche se con intento espansivo – non possa colmare i vuoti della domanda effettiva?

E, anche fosse, non ci si chiede come affrontare l’ormai riconosciuta causa della “crisi di modello”: aumento delle disuguaglianze, scaturite soprattutto dall’iniqua distribuzione del reddito primario e dalla degenerazione della finanza privata?

Perché non si tenta di ridurre gli squilibri macroeconomici tra i paesi europei, che riflettono le cause della crisi dell’euro?

Ricostruendo le stime previsionali della Banca d’Italia e delle principali istituzioni internazionali più prossime all’anno di previsione e, dunque, più utili all’elaborazione dei documenti di economia e finanza su cui vengono predisposte le manovre finanziarie di fine anno, si evidenzia la clamorosa reiterazione degli errori di calcolo, per 7 anni di seguito. Il gap previsionale, cioè lo scostamento cumulato tra le previsioni istituzionali e il dato effettivo, oscilla tra i 10,5 (dell’OCSE) e i 14,3 punti percentuali (del Governo italiano).

La CGIL da tempo sottolinea gli errori dei modelli previsionali istituzionali2 e gli effetti disastrosi delle politiche di austerità, di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale, che hanno aggravato la recessione, la disoccupazione e hanno portato la deflazione3, aumentando i vuoti della domanda effettiva e continuando ad allargare il ventaglio delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza che hanno proprio scatenato la “grande crisi”. Nonostante la crescente letteratura economica sugli effetti negativi dell’austerità, sui difetti dei moltiplicatori fiscali utilizzati dalle istituzioni nazionali e internazionali per elaborare previsioni e prescrizioni, si continua a sbagliare.

La CGIL ha più volte rimarcato come contenere l’inflazione mantenendo un livello elevato di disoccupazione strutturale rappresenti una precisa scelta di politica economica, volta a salvaguardare gli interessi costituiti della finanza e dei mercati internazionali, anche se – e forse proprio perché – ciò allontana dagli stessi obiettivi di finanza pubblica previsti dai trattati europei4. Dal 2008 al 2014, dopo quasi -9 punti di PIL e circa 1,6 milioni di unità di lavoro perduti nella crisi, come si fa a non porsi la domanda che 6,7 punti totali di avanzo primario (risultato netto di manovre finanziarie basate, anno dopo anno, su aumenti iniqui e generalizzati delle tasse e/o tagli lineari della spesa pubblica) non abbiano influito sulla mancata crescita? Come si fa a “confidare” sull’ininfluenza delle politiche restrittive e su una ripresa tutta esogena rispetto all’economia nazionale? Come si fa a non calcolare gli effetti negativi della riduzione del 25% degli investimenti fissi complessivi e della produzione industriale? Come si fa a non prevedere gli effetti negativi anche solo della riduzione del 25% degli investimenti pubblici? Nessuna onestà intellettuale.

 

Cgil Nazionale

Allegato: 

Tag: