Riconosciuto l’avanzamento di carriera anche durante l’assenza per maternità

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Federica Vedova Segretaria Filt Cgil del Veneto così commenta: “L’importanza della sentenza è che viene riconosciuto il diritto all’avanzamento di carriera anche durante l’assenza per maternità. Il settore è quello degli handlers, ma il rischio discriminazione lo possiamo trovare anche in altri settori tanto che la Filt del Veneto sull’onda del successo riportato ha deciso di promuovere altre cause per rivendicare il principio di non discriminazione di genere a livello diffuso. Siamo convinti che sia la modalità più adeguata per celebrare l’8 marzo, rendendo praticabile un diritto sancito dalla legge italiana e spesso violato dalle aziende”.

Con la sentenza n. 841/17 pubblicata il 20 febbraio 2018, la Corte di Appello di Venezia ha confermato la sentenza di primo grado del Giudice del Lavoro di Venezia n. 336/2016.

Il giudizio è stato promosso da una lavoratrice - madre, dipendente di una società addetta ai servizi aeroportuali operante all’interno dell’aeroporto Marco Polo di Venezia, discriminata in ordine alla progressione di carriera: la datrice di lavoro ha omesso di computare, ai fini del passaggio al livello superiore previsto dal contratto collettivo, i periodi di assenza per congedo di maternità e congedo parentale. Ciò, tra l’altro, a differenza dei periodi di assenza per malattia, considerati dall’impresa utili ai fini della progressione di carriera del personale.

La Corte di Appello di Venezia, confermando integralmente la decisione di primo grado, ha dichiarato la natura discriminatoria del comportamento datoriale osservando come le disposizioni del TU 151/01 sulla maternità impongano al datore di lavoro di considerare detti periodi di assenza a tutti gli effetti nell’anzianità di servizio e, di conseguenza, anche ai fini dell’avanzamento di carriera.

La Corte veneziana ha richiamato la disciplina posta dalla direttiva 2006/54/CE e, in particolare, il suo art. 15, che riconosce l’incondizionato diritto della donna lavoratrice di beneficiare, al rientro al lavoro dopo la maternità, degli eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che le sarebbero spettati durante la sua assenza, compreso il diritto di non subire pregiudizi nell’avanzamento di carriera.

Ulteriore “conferma” della natura discriminatoria del comportamento datoriale, secondo la Corte, deriva dal fatto che l’impresa tratta in modo diverso i tipi di assenza: solo le assenze per maternità e non, invece, quelle per malattia vengono escluse ai fini del computo del periodo di servizio utile all’avanzamento di carriera.

Il giudizio appare significativo anche perché promosso con il “rito antidiscriminatorio” previsto dal Codice Pari Opportunità.

“Per quanto riguarda la sentenza – afferma Federica Vedova della Filt Veneto - vorremmo evidenziare che l’elemento decisivo a dimostrazione che l’azienda in questione trattasse in maniera diversa le assenze è dato da una difformità di considerazione tra l’assenza di malattia (che non blocca il percorso di carriera) e maternità (obbligatoria e facoltativa che invece lo blocca).

A dimostrazione della volontà discriminatoria da parte aziendale va evidenziato che alla causa, già vinta dalla lavoratrice in prima istanza, il gruppo AVIAPARTNER (belga) ha fatto opposizione. Paradossale il fatto che la multinazionale con sede a Bruxelles si distacchi dallo spirito della stessa normativa europea, richiamata dal giudice sin dal primo grado della sentenza, che vieta qualsiasi comportamento DIFFORME tra uomini e donne, non solo nell’accesso al lavoro ma nel percorso di carriera.”

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